“L’immortalità può non essere ad personam” (Mania).
Anonymus dedicated to Vally è il progetto che Regina Hubner porta avanti dal 2001, e che ha mostrato recentemente in una nuova installazione a Milano (Forum Austriaco di Cultura). Artista austriaca che dalla metà degli anni Ottanta lavora con il video, realizzando frequentemente videoinstallazioni, Regina Hubner ha scelto Roma come luogo di vita e di lavoro. Come emerge dall'analisi che ne fa Patrizia Mania, il linguaggio della Hubner, pur servendosi di un medium frequentato quale è il video, travalica il narcisismo e la banalità della cultura contemporanea, definendo una sua specifica indagine sull’identità individuale. Con un ‘elogio della leggerezza’ Mania focalizza le qualità dell'immagine nei video dell'artista, prima fra tutte l’immaterialità, la sua inconsistenza materica e levità, tratto che caratterizza tutto il percorso di Hubner. "L'idea, per me, è indipendente dal suo corpo", ammette lei stessa, confermando una spiccata predilezione per un'immagine non materica.
Nato come elaborazione di una dolorosa esperienza personale, Anonymus è un’acuta riflessione sul rapporto intercorrente fra l’esistenza fisica e psichica di una persona e la continuità delle sue idee, appartenenti alla memoria collettiva indipendentemente dall’inevitabile scomparsa dell’autore. Una motivazione intima e privata che suscita ad occhi esterni ulteriori interpretazioni. Liberare il pensiero dall’identità di chi l’ha formulato, diventa in primo luogo riflessione sul problema dell'autorialità, molto forte nella cultura occidentale, ma rivela al tempo stesso un'indagine esistenziale: l’ambiguità della comunicazione rende difficile una reale comprensione dell’identità altrui. Concetti che rimandano facilmente, dalla vita, all’arte; e dell’opera d’arte appaiono metafora: dell'impossibilità a capirne il vero messaggio, nella miriade di significati e contenuti, confusi e condivisi. "Tutto ciò non è altro che esibizione del sistema di segni che è l'opera d'arte, il simbolico inteso come costruzione percettiva e mentale della realtà", sottolinea Simonetta Lux.
Le confessioni personali, anonime, vengono rese pubbliche ma acquistano vita propria e lasciano di fatto muti i personaggi che le hanno pronunciate: “la domanda è anche se in genere sia possibile rendere comunicabile l’infinita complessità di ciò che ci forma, di ciò che forma il nostro essere. Perché noi consistiamo di ricordo, ma consistiamo anche di oblio”, afferma Franz Nieghelhell. Quello di Regina Hubner è il tentativo di creare un possibile archivio del pensiero come testimonianza di vita. Come ampliamento della verità pubblica che altro non è, ricorda Carlo Sini, se non verità condivisa, entrata a far parte della memoria collettiva. L'immaterialità del pensiero individuale può così condensarsi nel ricordo universale, divenendo corpo pubblico, indipendente dall'esistenza fisica del suo ideatore, rigenerato e moltiplicato in una eredità immensa e impossibile da archiviare: il lavoro di Hubner si colloca nel passaggio dalla vita alla verità pubblica (così come è definita da Charles S. Peirce), dove il significato di un individuo è affidato all’interpretazione collettiva. Sui temi dell'identità e dell'identificazione si sofferma Domenico Scudero, sottolineando il carattere esistenzialista e introspettivo della ricerca di Regina Hubner. Il bianco e nero scelto dall'artista per il video e la lentezza di riproduzione, afferma Scudero, operano un’enfatizzazione della natura intima delle persone ritratte e le trascendono nella universale natura umana, consegnandole alla visione collettiva.
Considerazioni più generali sulla recente storia espositiva dell'artista, con riferimenti al tessuto culturale nel quale è immersa e alle relazioni intrattenute a livello nazionale e internazionale, si trovano nel contributo di Roberto Annecchini, che rimarca la forza e l'originalità dell'operato di Regina Hubner.
Emanuela Termine at http://www.luxflux.net/museolab/edizioni/lithos11.htm